Il libro della settimana

venerdì 4 marzo 2016

"La casa sul poggio": le recensioni di Iole Chiagano e Domenico Amatucci


Ecco le recensioni di Iole Chiagano e Domenico Amatucci a "La casa sul poggio", il romanzo di Michele Di Lieto recentemente pubblicato da L'ArgoLibro.
La prima presentazione dell'opera si terrà sabato 19 marzo alle ore 10:00 presso il "Liceo Statale A. Gatto - Sezione Classico" ad Agropoli. 
Qui trovate la pagina on line dedicata al libro. 

Leggendo “La casa sul poggio”, ultimo romanzo di Michele Di Lieto, molti autori mi sono venuti in mente, da Manzoni a Verga a Galsworthy,  da Tomasi di Lampedusa a Bacchelli alla Morante a Eco e talvolta persino a Cervantes ma, cercando di seguire le linee di paragone con essi, mi sfuggiva sempre qualcosa. Sebbene anche questo nostro romanzo si richiami al romanzo storico, la sua struttura narratologica mostra una fisionomia peculiare che appartiene a quasi tutte le opere di Michele di Lieto,  si potrebbe dire una sua costante: la narrazione spesso s’interrompe per tornare al presente o per considerazioni personali, con paragoni e analisi in cui l’autore s’interroga su come sarebbe stata quella tale situazione se si fosse verificata nel presente. E’ certamente una novità questa intromissione del narratore, soprattutto in questo genere di romanzo che, per il resto, risponde a tutte le dinamiche del romanzo storico.
Quello che interessa all’autore,  in modo particolare, è il rapporto tra la società civile e il mondo della realtà storica: egli è preso essenzialmente dai fatti vissuti dai singoli che descrive secondo una narrazione lucida e pacatamente realistica.
La “verità” narrata risponde al linguaggio tipico dell’autore;  il suo stile rimane fedele alla chiarezza espressiva e alla struttura logica di un discorso piano, ricco di un lessico personale che costituisce il nucleo fondamentale del suo linguaggio letterario  presente in tutti i suoi romanzi ma,  in quest’ultimo,  trova una collocazione più specifica trattando di argomenti storici e, spesso, anche giuridici. Quel che rende originale il romanzo di Michele di Lieto è che, nonostante la Storia,  le calamità, le vicissitudini, il suo linguaggio narrativo si colora di una diffusa, leggera “ironia” che rende più leggera la vita.
L’autore ripercorre gli snodi principali di tre secoli che ruotano intorno alle vicissitudini della  famiglia Ognissanti e alla loro “benedetta” casa in compagnia di  un vorticoso e affascinante brulichio di figure reali e immaginarie in assoluta libertà  di ricerca storica, documentata e non, come Egli stesso confessa.
Non è un caso che l’autore segua l’evolversi della famiglia Ognissanti da Napoli (o da Girgenti) al Cilento dalla metà del 1600 alla fine del 1900. Infatti la sua narrazione è anche frutto dell’esperienza umana e professionale che lo ha messo a contatto con “personaggi”  che ha incontrato nel Cilento dove vive da oltre trent’anni.
 Questo mondo, al quale  Di Lieto si è avvicinato sempre con animo curioso ed amico, sembra aver destato in lui la sensazione che il senso della vita non sia nelle certezze, nella stabilità, ma nella mutevolezza che però nulla cambia davvero  per la contraddittorietà degli  eventi. Infatti i secoli, che il Nostro attraversa, evidenziano il principio immobile della dinamica storica secondo cui: “agli uni il potere e agli altri la servitù”.
Come si può immaginare è un’impresa non facile ma l’autore riesce a dare un quadro convincente e avvincente di questa “saga” che attraversa gli eventi più importanti del lungo periodo storico raccontato. La sua arte narrativa confonde verità e invenzione con maestria, sicuro com’è che nella contraddittorietà del reale consista la totalità della vita.
Sarebbe una impresa, forse anche superflua, tentare una sintesi di un romanzo che abbraccia più di tre secoli di storia, dalla peste del seicento al terremoto dell’80, dalla repubblica partenopea alle migrazioni di fine ottocento, da Gioacchino Murat a Umberto I°, e racconta la lunga odissea della famiglia Ognissanti, mai disgiunta dalla sorte della Casa sul poggio, che è il simbolo di tutte le traversie della famiglia protagonista.
Mi limiterò a dire che il romanzo è diviso in quattro parti; che ogni parte ha la sua storia, che ogni storia ha i suoi eroi, che tutti gli eroi si scontrano coi potenti, che tutti gli eroi fanno una brutta fine. A partire da Gesualdo, eroe della prima parte che dallo scontro coi potenti esce sconfitto, perché “non c’è giustizia per i poveri cristi”. Per finire ad Antonino, eroe della quarta, che pure si scontra coi potenti, pure ne esce sconfitto, perché questa è “la giustizia dei poveri cristi”. Come si vede, motivi che tornano e riportano al presente la storia del passato secondo un modulo narrativo che sopra abbiamo definito costante nelle opere dell’Autore. 
Ma una brutta fine fa pure la Casa sul poggio che dà titolo al libro. Oggetto di un progetto di restauro perseguito da Antonino, progetto che si scontra col potere dei ricchi, ma anche con le invidie dei meno ricchi, la casa sul poggio non sarà neppure ultimata. Sottoposta a sequestro “per dieci centimetri in più al piano mansardato”, si fermerà al piano terra neppure completato.  Resta della casa solo il cartello “roso” dal tempo: sequestro penale, corpo del reato. “Sta proprio sotto la scritta incisa sul portale: TO (Terzo Ognissanti) AD MDCLXXI, anno del Signore 1671”. Che è l’anno di nascita della casa, e segna la fine del libro.
Vorrei concludere, e mi avvio alla fine,  tornando all’ironia, della quale dicevo all’inizio, che stempera le situazioni più amare, e sembra del tutto congeniale all’autore. Si veda, a titolo di esempio, la quarta parte del libro, dove l’ironia è presente dall’inizio alla fine. A partire dalla figura di Antonio, padre di Antonino, aspirante emigrante, “candidato ad essere iscritto nella circoscrizione dei votanti all’estero”, che torna al paese natio “accolto dalla banda di Conversano”, “chiamata per la verità non per lui ma per il santo patrono che quel giorno si festeggia”, per finire alla figura del protagonista, Antonino, “infermiere ferrista”, innamorato di Marta Boschi, “campionessa di tiro con l’arco”, che fa “la fine di Coppi”: anzi l’opposta, perché mentre Coppi muore di malaria (e Geminiani si salva), Antonino, malamente curato per malaria, muore di “febbre di Tailandia” (e Marta Boschi si salva).  
E  qui concludo, non senza aver fatto, per completezza, un cenno al linguaggio, che già si è detto semplice, lineare, anche quando si parli di legge e di diritto, ma che, nella terza  parte, si inventa un vero e proprio epistolario in dialetto cilentano. Non sembra che l’Autore voglia concedersi a mode del tempo che vive (il paragone viene spontaneo con Antonio Pennacchi e Canale Mussolini): sembra piuttosto che il ricorso al dialetto cilentano rappresenti  un atto di omaggio, un segno di affetto verso quel mondo al quale l’Autore si è sempre affacciato con animo curioso ed amico, come si è detto prima.
In definitiva, un bel libro, un romanzo che raccomando al lettore per scoprire le tante vicende puntualmente descritte e gli altri mille personaggi che ci raccontano una umanità sempre ricca.   
 Commento a cura di Iole Chiagano

La casa sul poggio, l’ultima fatica letteraria di Michele Di Lieto, il magistrato scrittore votato alla narrativa, è un romanzo maturo per densità di pensiero e varietà di contenuti; che tuttavia, a dispetto dell’età dell’autore, si segnala per originalità di temi e freschezza di stile, e sembra, almeno così ci auguriamo, un punto di partenza piuttosto che un punto di arrivo.
Apparentemente, La casa sul poggio ripercorre la storia di una casa e la storia di una famiglia attraverso i secoli, dal seicento fin quasi ai giorni nostri. Si è parlato di Storia e storie, di storia vera e storia falsa, di libro metà saggio metà romanzo, di romanzo storico. Il fatto è che un libro complesso e completo com’è La casa sul poggio si presta a più livelli di lettura, e ogni interpretazione coglie nel segno, a seconda dell’angolazione visiva di chi scrive.
Un aspetto non sufficientemente esplorato sembra però quell’insistere dell’autore in confronti e analogie, quel riportare costante la Storia nel tempo a tempi più recenti, ai tempi in cui si vive. Intendiamoci: non è una novità, soprattutto per i romanzi storici non è una novità. Anche i Promessi Sposi sono, almeno per lungo tempo così si è ritenuto, un affresco della storia del seicento riportata ai tempi dell’Autore, la dominazione spagnola come allegoria della dominazione austriaca. E’ lo stesso Manzoni ad autorizzare una interpretazione del genere quando si lascia sfuggire, e non è vero che gli sfugga: “Così va il mondo, o almeno così andava nel secolo decimo settimo”. Solo che ne La casa sul poggio questo motivo non si coglie tra le righe, ma è una costante della narrazione. A partire dalle prime pagine, dal racconto del naufragio de La Porta celeste, là dove l’Autore, a proposito di chi è morto e chi è vivo, e sono vivi i suoi protagonisti, del “perché tanti morti e proprio loro erano salvi”, si lascia andare al primo confronto esplicativo, affermando senza mezzi termini che “questi sono interrogativi rimasti irrisolti anche ai tempi nostri, interrogativi che si ripropongono ad ogni carretta che naufraga, e sono tante nel mare di Sicilia”. Per finire alla quarta parte, che è una vera e propria denuncia di quello che lo stesso autore definisce cinismo del potere, l’eterna ingiustizia che affligge i “poveri cristi”. Si segua la vicenda di Antonino, un romanzo nel romanzo, travolto e sbattuto da un ufficio all’altro, dalla cassa al geometra, dal geometra all’ingegnere, dall’ingegnere al geologo, dal geologo al sondaggista, dal sindaco all’avvocato, dall’avvocato al tecnico e al notaio, tutto questo per riattare un edificio malandato. Un romanzo nel romanzo che descrive nient’altro che gli eccessi di certa burocrazia: “dalla Soprintendenza all’Ente parco, dall’Ente Parco alla Autorità di bacino, dalla Commissione grandi opere alla Commissione grandi rischi”. Una vicenda che dovrebbe far riflettere i politici, a partire dal Ministro per la semplificazione, se è vero, come è vero, che di semplificazione ha bisogno il nostro Paese, per eliminare lacci e lacciuoli che costituiscono la prima fonte di corruzione, e si abbattono sulla vita dei cittadini, sempre più spesso ridotti a “poveri cristi”.
Un altro aspetto che caratterizza questo romanzo è il ricorso insistito a temi più propriamente giuridici, che hanno, od hanno assunto, anch’essi valore di attualità. Certo, l’Autore non poteva immaginare, quando ha scritto, quante polemiche avrebbe  provocato  una norma, inserita in un decreto legislativo adottato su delega dell’Unione europea “a tutela del consumatore”, che sembra eliminare il divieto del patto commissorio sancito dall’art. 2744 del codice civile e che, se pure dovesse configurare qualcosa d’altro, certamente non sarebbe dettata “a tutela del consumatore”. Fatto sta che nella terza parte de La Casa sul poggio Michele Di Lieto imbastisce un processo fondato proprio sul patto commissorio: un processo affidato a un giudice coraggioso, caratterizzato da veri e propri colpi di scena e che, una volta tanto, segna il trionfo dei “poveri cristi”.
Non è il solo caso: perché nella prima parte l’autore tratta un processo contro il Banco di Sant’Eligio, che è un processo contro lo strapotere dei ricchi, contro il quale si scontra il “povero cristo”; e nella quarta inserisce una denuncia di nuova opera, temeraria e infondata, strumentalmente adoperata da “poveri cristi”contro “poveri cristi”. Ma questo dei temi giuridici non deve spaventare. Perché Michele Di Lieto è sempre lì a chiarire, a interpretare, a guidare per mano anche i non addetti ai lavori, a distinguere giudici da giudici, avvocati da avvocati, a mettere in guardia contro i guasti che toccano “agli umani”, “quando la giustizia viene piegata a fini di ingiustizia”. E se questo non bastasse, c’è lo stile: che non è una novità, e rimane lo stesso, piano, accessibile e sicuro, sia che si tratti di arte e di natura, sia che si tratti di storia e di diritto. Uno stile, è stato detto, che si fonda sotto il profilo formale sulla ripetizione della parola chiave, che diventa elemento di congiunzione tra il pensiero che precede e quello che segue (Anna Milite). Uno stile che induce, quasi costringe il lettore a seguire l’autore di periodo in periodo, di capitolo in capitolo, sino alla fine (Anna Milite, Marcello Alfinito).

Commento a cura  di Domenico Amatucci

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